15 mar 2018

Tra fine Ottocento e inizio Novecento i Celato venivano da Rivasecca di Crocetta del Montello a lavorare a Pederiva lungo lo stradone del Bosco e il Canale. Mio nonno Luigi e mio padre, ancora bambino, scendevano fino alle scuole attuali, salivano il tratto iniziale della Via XVIII Giugno e poi per lo stradone raggiungevano il luogo di lavoro.

Mio nonno Luigi e i suoi fratelli Domenico e Giovanni erano artigiani e facevano i fabbri, i mugnai, i trebbiatori.
Il posto dove venivano a lavorare aveva una caratteristica particolare: l’acqua del canale faceva, in quel punto, un grande salto e la sua forza veniva raccolta e utilizzata.

Luigi, Domenico e Giovanni ebbero tutti dei figli e delle figlie, per cui i Celato divennero un gruppo numeroso, di più famiglie. Mulino, trebbiatrice e maglio passarono ai vari nuclei familiari. La trebbia andò agli eredi di Giovanni, il mulino a Domenico che poi, in un momento di difficoltà, dopo la prima guerra mondiale, lo vendette agli Stecca. E il maglio a mio padre.

Mio padre Albino era nato nel 1892: quando aveva ancora otto anni, partiva a piedi con mio nonno da Rivasecca per raggiungere Pederiva, imparando fin da piccolo a lavorare al maglio.
Visse un’infanzia abbastanza dura ma arrivò ugualmente a conseguire il diploma di quinta elementare. E allora, nei primi anni del 1900 avere la quinta elementare era qualcosa.

I Celato, in seguito, vennero ad abitare a Pederiva, in una grande casa vicina al maglio: c’erano una cucina, sei camere divise tra due famiglie, e una entrata dove si infilavano le nostre biciclette.

Mio padre è cresciuto a Biadene e ha sposato Giovanna Martignago, mia mamma, che era del paese, anzi di Pederiva. Era credente, amava la chiesa e la parrocchia: per me è una soddisfazione sapere che il suo nome figura, come Fabbriciere con quello di Giuseppe Guarnier, nella pergamena che è stata collocata in una urna con la prima pietra della Chiesa Nuova il 2.4.1934. Mi piace immaginarlo presente quel giorno, quando il Vescovo Longhin venne a benedire solennemente quell’urna. Sarà stato probabilmente insieme con Guarnier: aveva fatto da padrino, circa vent’anni prima, al battesimo di suo figlio, il futuro Mons. Piero.

Purtroppo una morte improvvisa per incidente ce l’ha tolto quando aveva sessantatré anni.

Dunque finirono per essere parecchi i Celato che vennero a vivere e crebbero vicino al canale: i figli e le figlie, i nipoti e le nipoti di mio nonno Luigi e dei suoi due fratelli.
Ci siamo trovati, un po’ insieme, a gestire una trebbia e il maglio. Anzi erano due i magli: quello più grande lo gestiva mio padre. Crescendo vi ho lavorato con i miei fratelli Domenico chiamato Aldo e Marcello.

Per il nostro lavoro era indispensabile l’acqua: l’enorme salto sprigionava una forza che faceva girare grandi ruote. 
E l’acqua era regolabile secondo il bisogno.

Costruita la casa che ho ricordato si realizzò anche la strada che la collegava a Via Erizzo: c’è ancora uno dei pilastri che segna il punto da cui partiva. In quella casa viveva un tipo un po’ originale di famiglia patriarcale.

Forse in tutti, con lo stesso cognome, ci sentivamo uniti, quasi impegnati a vivere e lavorare in armonia. La necessità di guadagnare e insieme il modo di vivere abbastanza modesto hanno favorito tra noi un clima di collaborazione fraterna. In fondo era una vita di povertà, comune del resto quasi a tutti, e c’era tanto da lavorare.

Sono cresciuto frequentando le prime due classi elementari a Pederiva con la maestra Anna Bassi che vi era arrivata quando sono nato. Ho poi frequentata la terza, la quarta e la quinta a Biadene: non nelle scuole, perché erano state occupate dai profughi venuti dal sud, ma nelle aule dietro la Chiesa Nuova.
Vi sono andato a piedi per la strada o per lo stradone del Bosco.

Poi ho lavorato sempre al maglio.
Avevamo tre forge: le accendevamo e le tenevamo accese col carbone che mio padre, con un camion, andava a prelevare a Marghera. Non c’era camino e il fumo era abbondante. Chi entrava vedeva soltanto i nostri occhi perché la faccia era tutto nera, affumicata. Diventavamo provvisoriamente tutti africani.
Con la forgia si riscaldava il ferro e, una volta riscaldato, lo si modellava in modo che prendesse la forma dell’oggetto che dovevamo produrre.

Uno doveva azionare la forgia, uno lavorava il ferro al maglio.

Era un lavoro duro e praticamente senza orari.
D’estate iniziavamo alle quattro, facevamo un po’ di merenda là nel luogo di lavoro e si continuava fino a mezzogiorno. Dalle quindici, quando riprendevamo, si proseguiva finché era necessario, anche alle dieci e undici di sera. D’inverno si cominciava alle sei.
Da neri che eravamo durante il giorno, dovevamo la sera riprendere l’aspetto normale; il nostro bagno lo facevamo in un mastello, dentro il maglio, con un sistema rapido di riscaldamento dell’acqua: ci mettevamo dentro un pezzo di ferro rovente.
In generale, l’acqua veniva usata molto per raffreddare il ferro lavorato. Così ho svolto la mia attività fino agli anni cinquanta: poi, col progresso della tecnologia, la situazione è cambiata.

La nostra produzione aveva come primi acquirenti i contadini, in rapporto ai tempi e alle esigenze del lavoro agricolo; fornivamo loro gli attrezzi richiesti e mio padre teneva un promemoria di questi acquisti.
Quando a S. Martino si erano fatti i raccolti e si era magari venduta qualche bestia, i contadini passavano a saldare i loro debiti.
C’era un rapporto di reciproca, familiare, fiducia.

Ma noi realizzavamo anche una produzione autonoma di oggetti da destinare ai negozi e mio padre li portava, col cavallo, a Treviso, presso rivenditori.

Il caso volle che fosse proprio un rappresentante di uno di quei negozi, che era diventato anche suo amico, a investirlo quella sera in Via Erizzo.

E poi sempre coi cavalli, che tenevamo in una stalla davanti alla nostra casa, si andava alle fiere e ai mercati.

Il lavoro non poteva essere senza un po’ di programma: era mio padre a controllarlo e coordinarlo. E la produzione era molto varia: venivano fatti gli anelli e le catene dei gioghi per i buoi, chiamati dou, vomeri per arare, mannaie, manarin, britoe, pale, vanghe, roncole, martelli da muro e scalpelli per muratori.
Si ferravano anche le ruote dei carri: quest’ultima cosa serviva per i carri dei contadini che avevano terreni sul Montello. Infatti nella discesa i carri venivano frenati con delle ganasce in legno e le ruote dovevano essere ferrate per resistere all’attrito.

Il maglio aveva un manico in legno lungo da tre a quattro metri: ogni tanto, secondo necessità, i Tormena, che costruivano carri e botti vicino alla canonica, venivano a sistemare e rinnovare tale manico.

Questi ricordi appartengono ad un passato un po’ lontano: il progresso lo ha fatto quasi dimenticare.

Noi, fratelli e cugini, abbiamo lavorato molto; è stato un lavoro fatto volentieri, che ci ha permesso, pur con sacrificio, un reddito adeguato e un certo benessere.
E in questo cammino, non lo posso dimenticare, mio padre è stato una guida attenta e sicura.

Celato Rito